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Anche su TikTok e Instagram valgono le regole giornalistiche 

Editoriale di Jan Grüeber, vicepresidente del Consiglio svizzero della stampa 

Il 90% dei giovani utilizza i social media, il 46% di loro vi cerca informazioni in modo mirato. È quanto emerge dall’ultimo studio JAMES della Scuola universitaria professionale di scienze applicate di Zurigo (ZHAW). Di conseguenza, i media si orientano verso i canali in cui si informa il loro pubblico, e in particolare quello di domani. Si tratta tuttavia di un contesto saturo di affermazioni vere solo in parte o del tutto false. Per i media professionali ciò rappresenta un’opportunità per distinguersi ed emergere grazie a un giornalismo affidabile e di qualità. Decisivo a questo scopo è il rispetto dei principi fondamentali dell’etica dei media. 

Di recente il Consiglio svizzero della stampa ha esaminato un reclamo relativo a contributi giornalistici pubblicati su Instagram e altre piattaforme (29/2026). Sui social media il rischio maggiore di violare le regole risiede probabilmente nella semplificazione e nella riduzione dei contenuti. In un caso recente, una redazione ha riferito in un articolo online di una lunga e accesa controversia tra vicini. Nell’articolo entrambe le parti formulavano gravi addebiti. La vicenda è stata riproposta anche in un video, un cosiddetto reel, pubblicato su TikTok, Facebook, Instagram e LinkedIn. Nel video i fatti sono stati sintetizzati a tal punto che il Consiglio della stampa ha formulato un rimprovero per violazione del dovere di rispetto della verità e dell’obbligo di audizione.

Il problema della semplificazione e della riduzione dei contenuti non è nuovo per il Consiglio della stampa (61/2003). Nel 2003 aveva mosso un rimprovero per il titolo di una locandina esposta in un chiosco. Vi figurava, a caratteri cubitali, il nome di un personaggio noto seguito da due punti e dalla scritta «Spendenmissbrauch» (abuso di donazioni). Nient’altro. Nel giornale stesso le accuse erano state riportate in modo corretto. Il Consiglio della stampa aveva tuttavia ritenuto che il titolo, nella sua estrema sintesi, violasse la presunzione di innocenza. Chi, passando di lì, leggeva soltanto la locandina era portato a ritenere che l’uomo fosse già stato condannato in via definitiva. In realtà, il media riferiva solo dell’atto d’accusa; il processo doveva ancora svolgersi. 

Oggi su Internet si presenta il medesimo problema. Scorrendo rapidamente i contenuti, di raro si legge più del titolo e del lead. Per questo motivo, le notizie dell’ultima ora, i testi di lancio, le notizie brevi, i brevi video o i reel pubblicati da un media devono, pur nella loro brevità, soddisfare i requisiti deontologici fondamentali, indipendentemente dal canale sul quale compaiono.

Lo studio JAMES rileva inoltre che i giovani diffidano dei social media. L’80% di essi ritiene che ci si possa fidare soltanto della metà, o anche meno, delle informazioni. I marchi mediatici consolidati godono invece di una fiducia notevolmente maggiore tra i giovani. È evidente che i media possono distinguersi dalla marea di informazioni inaffidabili grazie alla qualità giornalistica.