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Il Consiglio della stampa, nel 1995, è stato sollecitato e messo in discussione in pari tempo. Anche se non ha la possibilità di prendere sanzioni (si esprime solo attraverso le prese di posizione), sembra che il suo giudizio sia sempre più ambito. Soltanto così si può spiegare il ricorso al Consiglio stesso da parte di profilati „reclamanti": come il presidente del Partito democratico cristiano (PDC), il Dipartimento militare federale e la delegazione amministrativa della Federazione delle cooperative Migros. Tutto questo è ancor più degno di attenzione, se si considera che le prese di posizione del Consiglio della stampa risultano spesso discusse nell'opinione pubblica. Anche nel 1995 molti casi sono stati risolti per lettera senza formalizzare le prese di posizione: altri sono ancora pendenti. Soprattutto quattro hanno sollecitato l'attenzione generale:
1. La menzione dei nomi nelle cronache giudiziarie. Licenziata nel 1994, ma resa pubblica solo durante la Conferenza stampa annuale del 1995, questa presa di posizione ha richiamato ed evidenziato globalmente la contraddizione di vari cronisti giudiziari della Svizzera tedesca, ma anche nei „media" ticinesi. La contestazione si incentrava sulla rigidità delle regole dettate. Il Consiglio della stampa ha voluto lanciare un monito, nel senso che la protezione della personalità non venga totalmente dimenticata e che l'indicazione del nome nei „media" non diventi prassi corrente.
2. Il caso della Procura pubblica federale contro la „SonntagsZeitung" Questa presa di posizione ha procurato al Consiglio della stampa dure critiche sia della Procuratrice federale sia della „SonntagsZeitung": entrambe le parti l'hanno ritenuta ingiusta. Questo dimostra che il Consiglio della stampa non era totalmente dalla parte sbagliata sentenziando che i „media" dovrebbero in certi casi, su richiesta, ritardare la pubblicazione di ricerche „scottanti" (quando ci sono importanti interessi in gioco), mentre le autorità non devrebbero, in nessun caso, reagire alla pubblicazione di documenti segreti con perquisizioni in redazione.
3. Il caso „I Serbi" La presa di posizione, che concerneva un servizio della Televisione della Svizzera italiana sulla posizione dei serbi nel conflitto in Jugoslavia, ha incontrato la dura reazione degli interessati. Per il Consiglio della stampa si è trattato di evidenziare chiaramente la differenza che può essere ravvisata fra „reportage" impegnati, in certi casi addirittura di parte, su qualsiasi tema, ("reportage" che devono essere possibili), e l'unilateralità laddove sono accertati genocidio, „publizia etnica" e altre manifeste violazioni dei diritti umani.
4. La schedatura dei giornalisti a Zermatt. Il Consiglio della stampa ha criticato severamente la prassi dell'Ufficio del turismo di Zermatt, volta a registrare e attribuire note di merito ai giornalisti. Questa presa di posizione non è stata accolta dappertutto con entusiasmo. Già l'incaricato della Confederazione per la protezione dei dati riteneva che il registro fosse senz'altro permesso. E parecchie società di servizi di ogni genere hanno ritenuto che l'esempio di Zermatt potesse addirittura far scuola. Il Consiglio della stampa insiste invece sul diritto di tutti i giornalisti al libero accesso alle informazioni, alla ricerca e alla critica. Una società libera è possibile solo con il controllo di „media" liberi e critici.
Il Consiglio della stampa applica sempre lo stesso principio nel suo lavoro: difende ad oltranza la libertà di stampa quando si tratta di assicurare „territori di caccia" pubblici. Auspica nel senso della critica e della funzione di controllo dei „media" la ricerca nella forma di investigazione politica, economica o sociale. Combatte tuttavia la sfrontatezza dei „media", quando la sfera personale viene sfruttata senza nessun ritegno e quando le zone di protezione non sono rispettate. Detesta le rivelazioni nelle forme di „messa alla gogna" e di marchio d'infamia nei confronti dei più indifesi.
Roger Blum, presidente del Consiglio della stampa
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